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INTERVISTA A

 

MAURIZIO DEI LAZZARETTI

di Rocco Salzano

 

 

Hai lavorato all’ultimo Festival di Sanremo, raccontaci come si svolgono le prove, come hai lavorato sulle partiture, e se hai dovuto suonare tutto fedelmente come nei dischi.

Quando si suona in studio, con delle parti già scritte, il 99% delle volte c’è quasi da interpretare tutto, nel senso che hai una guida con dei punti da rispettare però, molte volte, l’arrangiatore ti lascia fare quello che tu senti per quel tipo di pezzo. Nel caso del Festival di Sanremo è diverso perché le parti sono scritte per esteso con tutti i fills e  flams e, quindi, non resta spazio per poter inserire qualcosa di proprio. Devo dire, però, che sono stato contento del fatto che alcuni arrangiatori che già conoscevo, mi hanno dato la possibilità di essere più libero, quindi, in alcuni pezzi, ho potuto inserire anche qualcosa di mio rimanendo, naturalmente, sempre nel giusto contesto del brano.

 

 Sei un batterista che cura tanto il GROOVE ma, allo stesso tempo, sei anche molto TECNICO, come riesci a conciliare questi due aspetti?

Molto onestamente non riesco sempre a conciliare le due cose. Quando si è fuori in tour per sei mesi, come adesso che sono impegnato con Gianni Morandi, è difficile mantenersi in allenamento. Più che altro non è solo difficile andare avanti, ma anche cercare di non andare indietro! Porto sempre con me un pad per studiare, ma come tu ben sai, non è la stessa cosa che studiare su di una batteria. Alla fine di questi sei mesi, appena tornerò a casa, riprenderò gli studi per mettere un po’ a posto la tecnica, anche se non sono poi così dispiaciuto di quello che faccio, ma potrei, di certo, fare meglio!

 

 Ci racconti come ti sei avvicinato alla batteria?

La batteria è da sempre stata una mia grande passione, sinceramente non ricordo quando non suonavo la batteria, per cui credo di aver contratto questa “malattia” proprio da piccolo, avrò avuto cinque o sei anni. Avevo in famiglia mia madre cantante, mio fratello chitarrista e poi alcuni miei zii con i quali ho iniziato a suonare nei gruppi e a fare le mie prime esperienze.

 

C’è un genere musicale  che ti ha maggiormente influenzato?

Non c’è un genere in particolare. Mi  sono avvicinato al Jazz perché ho avuto le mie prime esperienze professionali con Romano Mussolini, col quale ho iniziato a suonare quando avevo diciassette anni, per cui il jazz è stato il mio primo grande amore, anche se  non mi ritengo un jazzista. Avendo avuto varie opportunità di lavoro, collaborando con diversi artisti, mi sono scontrato con varie difficoltà, per cui ho cercato di avvicinarmi il più possibile a diversi  stili musicali, proprio per poter far fronte alle varie situazioni di lavoro, imparando ad avere anche un gran rispetto per i vari stili, senza inseguire esclusivamente un solo discorso.

 

 Cosa consigli a coloro che, pur essendo dei bravi musicisti, non riescono ad inserirsi nel circuito delle tournèe o delle produzioni televisive. Non pensi che in Italia ci sia una forma di monopolio e non un “giusto” canale, ad esempio quello delle audizioni pubblicizzate e aperte a tutti?

Completamente d’accordo col fatto che in Italia non siamo organizzati in questo senso! Sono pienamente convinto che ci sono molti bravi musicisti che meriterebbero di entrare nel circuito lavorativo, forse anche più meritevoli di alcuni di noi già inseriti, me stesso compreso, non mi escludo! A questo voglio aggiungere, però, che tra i giovani c’è anche una grossa fetta che non dovrebbe tanto preoccuparsi dell’audizione, ma di essere pronti per l’eventuale l’audizione. Consiglio di prepararsi al massimo delle possibilità, cercando di colmare tutte le lacune presenti, anche quelle legate ai problemi che oggi tratteremo nel seminario. Una possibilità, prima o poi, capita nella vita, e in quel momento occorrerà saper sfruttare al massimo l’occasione. Ciò non toglie che in Italia dovremmo far qualcosa per poter ottenere un sistema diverso per l’inserimento nel circuito lavorativo, come già accade in  Europa (vedi Londra) o, ancor di più, in America. La cosa, però, più importante è quella di farsi trovare pronti quando arriva l’occasione giusta!

 

Un professionista come te, quanto tempo dedica allo studio giornaliero e cosa studia?

Come già dicevo prima, quando sono in tour non ho molto tempo disponibile per studiare. A casa, invece, non ho un programma stabilito, il tutto dipende sempre dagli impegni di lavoro, comunque, cerco sempre di recuperare quel po’ di tecnica che durante il tour può arrugginirsi.

 

Ti riscaldi prima di un concerto? Lo fai con un esercizio in particolare?

Niente di particolare, specialmente nei tours dove non è richiesta una grandissima partecipazione tecnica. Prendo qualche energetico o un po’ di miele che a me piace tantissimo…questo è l’unico esercizio di tecnica!

 

Visto che hai una lunga esperienza di sala, ci spieghi che rapporto hai col click ed, eventualmente, come farselo amico? Hai degli esercizi da consigliare a tal proposito?

Di questo si parlerà ampiamente nel seminario, anzi, dirò di più, questo sarà quasi l’argomento principale. Cosa molto importante è non aver paura del click, non subirlo, ma raggiungere una condizione mentale tale da poter portare il tempo ad incontrarsi col clik, quasi come se il tutto fosse casuale o, addirittura, come se il click non ci fosse.

 

Quali sono i batteristi che più hanno attirato la tua attenzione?

Ho amato tantissimo Steve Gadd, con ciò sicuramente non dirò nulla di originale, perché questo grandissimo musicista è stato l’idolo di gran parte di tutti noi batteristi. Un altro punto di riferimento per me è stato Bernard Purdie e poi Jeff, si Jeff Porcaro, che  mi ha influenzato molto prima per la grande attenzione che ha rivolto verso lo strumento e poi per aver approfondito un po’ di più determinati andamenti. Tra i contemporanei stimo molto Vinnie Colaiuta, Dave Weckl, ed ho apprezzato tanto anche Horazio el Negro, col quale ho anche un buon rapporto personale. L’ho ascoltato poco tempo fa e devo dire che è diventato veramente un grande batterista.

Parlaci un po’ della tua esperienza alla Berklee di Boston. La consiglieresti oggi ad un tuo allievo?

E’ stata una bellissima esperienza perché ho toccato con mano un tipo di cultura completamente diversa dalla nostra. In quel periodo, nel 1978, da noi non era assolutamente presente l’idea del College, un luogo dove i ragazzi potessero studiare dalla mattina alla sera. Proprio questo tipo di mentalità mi ha dato una scrollata, facendomi abituare al “sacrificio” di dover studiare in quel modo. Fino ad allora non pensavo che potessero esserci delle persone che riuscissero a studiare fino a dodici ore al giorno. Tutto questo mi colpì particolarmente! All’epoca ricordo che c’era Vinnie Colaiuta che si chiudeva nel suo box e studiava per dieci/dodici ore al giorno, questa cosa mi ha, da un lato terrorizzato ma, dall’altro, mi ha fatto capire che per ottenere qualcosa bisognava veramente meritarselo. Non so se sono riuscito negli anni a cogliere veramente questo messaggio, ma ho comunque capito che ci sono persone che per arrivare ad un certo livello hanno fatto dei sacrifici enormi! La Berklee oggi rimane, senza dubbio, una struttura importante, però devo anche dire che attualmente è diventata un grande business e costa tantissimo. Nel periodo in cui ci sono stato io era, in rapporto ad oggi, molto meno cara e si accedeva facendo un’audizione. Allora c’era un numero molto inferiore di allievi, quindi per gli insegnanti era più facile seguirci, ora è diventata molto più affollata e,  di conseguenza, è diventato più difficile avere un rapporto diretto con gli insegnanti e uno scambio culturale tra gli stessi studenti. Concludo col dire che la struttura ha senz’altro una sua validità, ma non credo però che sia veramente il posto più indicato per imparare e fare nuove esperienze.

 

I giovani batteristi aspettano sempre un consiglio dai veterani dello strumento, qual è il tuo personale?

Innanzitutto consiglio di ascoltare molta musica nei vari stili, in modo da assorbirne le basi fondamentali per poi studiare nelle varie direzioni scelte.

 

Che tipo di rapporto hai con gli arrangiatori? E’ complicato mediare le loro direttive  con la tua personalità musicale?

Devo dire che col passar del tempo è un po’ cambiato il mio rapporto con gli arrangiatori.  Nei primi anni della mia attività professionale ho dovuto un po’ guadagnarmi la loro stima, all’inizio mi è stato difficile poter esprimere qualcosa di personale, dovevo accontentare l’arrangiatore dandogli esclusivamente quello che lui chiedeva. Col tempo poi, guadagnando sempre più considerazione , è stato possibile tirar fuori qualcosa di mio. Oggi la figura dell’arrangiatore è cambiata, nel senso che, a differenza di qualche anno fa, ha un’apertura mentale maggiore, non scrive tutto dall’inizio alla fine, ma da ai musicisti delle indicazioni sul modo di suonare il pezzo, lasciando abbastanza spazio per poterlo personalizzare.

 

Che ne pensi dei batteristi stranieri che arrivano in Italia per collaborare con i nostri artisti italiani?

Rispetto pienamente la scelta di questi grossi artisti italiani che hanno un mercato all’estero, vedi Eros Ramazzotti che si è avvalso delle collaborazioni di Vinnie Colaiuta  e Steve Ferrone. Questa tipo di operazione, assodata l’indiscussa bravura dei musicisti citati, potrebbe rivelarsi un’ottima occasione per far circolare il disco anche in altri circuiti, oltre a quello nazionale. Avere una band internazionale,dunque, oltre al vantaggio musicale, può essere utile  anche per poter entrare in un circuito internazionale.

 

 Che set usi attualmente?

Attualmente sto usando una Drum Sound con cassa “22, toms “10 - “12 - “14 - “16. Per i piatti ho da poco preso un accordo con la Zildjian.

 

Guardandoti indietro, cosa cambieresti e cosa aggiungeresti al tuo percorso di musicista?

Non ho bisogno di guardarmi tanto indietro, mi basterebbe già ascoltare la registrazione del concerto di ieri sera con Morandi e cambierei già qualcosa (risate, nda). Scherzi a parte, mi rendo conto di aver tralasciato alcuni aspetti che riguardano proprio il tempo, il groove, il beat; argomenti, tra l’altro, proprio del seminario di oggi. A tutto ciò per molti anni non ho dato il giusto peso e, col tempo, mi sono reso conto che questo è stato un grosso errore.

 

Quali sono i tuoi programmi futuri sia didattici che musicali. Stai preparando qualcosa?

Ho in mente di scrivere un libro che contenga un programma di studi basilari per poter mantenere un minimo di tecnica nei momenti in cui non si ha molto tempo a disposizione per studiare, come nel mio caso quando sono in tour. Ho intenzione, quindi, di realizzare una specie di diario prendendo spunto da quello che  faccio per mantenere la tecnica quando sono in giro. Di progetti futuri ne ho uno  per me molto importante,cioè l’appuntamento con Joe Zawinul ad ottobre 2001 ad Atene. Ho avuto modo di conoscere Zawinul quest’estate in occasione di un suo concerto in Italia, sono stato invitato a suonare con lui, tutto all’ultimo momento, tutto improvvisato. Alla fine del concerto Zawinul mi ha fatto capire che avrebbe avuto piacere di fare qualcos’altro insieme in seguito ma, sinceramente, io non ci speravo più di tanto, pensavo fossero cose dette in quel momento e che poi non si sarebbero realizzate. Nel periodo in cui ero a Sanremo, invece, mi giunse una telefonata, era proprio la conferma di quel progetto ad Atene in ottobre con Joe Zawinul!!! (I concerti sono stati rinviati a causa degli attentati terroristici dello scorso settembre; si dovrebbero svolgere nella tarda primavera del 2002, ndr). Nella primavera del 2002, dopo la nuova edizione del Festival di Sanremo, andrò inoltre in tour in Giappone e Australia con Ennio Morricone.

 

Quanto incide la Musica Classica nella formazione di un musicista?

Ritengo che la Musica Classica abbia una grandissima importanza.  Nelle collaborazioni con Ennio Morricone, che vanno avanti da circa sei anni, spesso ho lavorato con l’Orchestra Sinfonica, anche al S.Cecilia di Roma, dove abbiamo registrato un disco live di colonne sonore di Ennio. E’ stata un’esperienza diversa dalle altre,in questi casi il ruolo del batterista non è come quello della  musica leggera, con l’uso del click.In questi casi è tutto libero. Bisogna seguire attentamente la direzione del maestro e il suono degli archi che è sempre un po’ indietro. Tutto questo ti porta ad acquisire più elasticità per quel che riguarda la concezione del tempo, e ti insegna a non essere molto rigido nella precisione metronomica. Ritengo, dunque, che esperienze nel campo della musica classica sono importantissime e ti rendono più completo,  regalandoti cose che forse in altri contesti non trovi.

 

Il materiale didattico attualmente a disposizione dei batteristi è molto vasto; se ti chiedessi di scegliere, a parte i tuoi ottimi lavori, un solo libro, un solo video ed un solo esercizio, cosa mi risponderesti?

 Apprezzo molto le tue domande, vorrei che tu lo riportassi nell’intervista, sono tutte domande pertinenti e calzanti! (Grazie!). Uno dei libri più importanti, secondo me, è lo Stick Control di George Lawrence Stone, il libro che ogni batterista ha studiato o dovrebbe studiare. Di video ce ne sono tanti, ma uno che possa racchiudere tutto è difficile trovarlo,  un video che ho apprezzato tanto è stato quello di Jeff Porcaro, mi sento di dire che, tra tutti quelli presenti in commercio, questo bisogna averlo assolutamente.

 

Siamo a Napoli, che ricordo hai del M° Walter Scotti?

Assolutamente la persona più importante dopo mio padre. L’ho conosciuto quando avevo quindici anni ed è stato il mio primo maestro, poi in America ne ho avuti tanti altri che non  posso, però, considerare come lui. Da quando l’ho conosciuto ad oggi, sono sempre rimasto in contatto con lui, ancora oggi vado a trovarlo. Per il Maestro Scotti ho un affetto enorme, è stato determinante per me,  proprio come un secondo padre.

 

Qual è, secondo te, la qualità essenziale che un batterista non può non avere?

Oltre alle basi tecniche, l’apertura mentale che deve portare a non avere dei pregiudizi stilistici. Mi ricordo, in proposito, che una delle cose che più mi ha penalizzato agli inizi è stata quella di credere che fossero bravi solo i jazzisti e, quindi, mi misi a studiare solo jazz (Jim Chapin). Guardavo con un occhio diverso la musica leggera, un occhio certamente non benevolo. Oggi com’ è oggi, mi sento di dire che questo è stato uno dei miei più grossi errori che negli anni ho dovuto rimediare. Una delle doti più grandi di un musicista, secondo me, è quella di provare piacere ad ascoltare tutto ed avere stimoli un po’ da tutti gli stili e da lì, magari, tirar fuori qualcosa che più riesce meglio. Il più grande limite, invece, è quello di avere un’unica direzione!

 

Ringraziandoti per la tua simpatia e disponibilità, ti lascio la parola per rispondere, eventualmente, alla domanda che non ti ho fatto e che  avresti voluto che io ti facessi.

Ti rinnovo i complimenti, mi hai chiesto delle cose fondamentali! Abbiamo toccato varie problematiche dello strumento per cui, qualsiasi cosa ti dicessi, sarebbe in qualche modo una ripetizione di quanto già detto. L’unica cosa che mi sento di aggiungere, è che il nostro è il lavoro più bello del mondo, se fatto con la passione necessaria. Nel momento in cui venisse a mancare questa passione, allora diventerebbe più faticoso del lavoro del minatore, perché una volta entrati nella professione, i sacrifici legati ai viaggi, alla mezz’ora di sonno in meno per studiare, ecc., sono talmente grossi che se non si avesse la passione non si riuscirebbe, poi, ad andare avanti. Consiglio a chi intraprende questo tipo di lavoro di non smettere mai d’amare lo strumento e di non prendere la professione come qualcosa di acquisito. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare, ricordiamolo!

   

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